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In questo numero: febbraio 2022

Learning News febbraio 2022…ed una riflessione sulle emozioni

Antonella Marascia in  Ben-essere sul posto di lavoro: cultura organizzativa e Leadership al femminile” analizza il ruolo delle donne all’interno della società, riconoscendo alle stesse il potere naturale di prendersi cura non solo delle persone ma anche degli enti e delle organizzazioni. 

Ne “L’isola che (non) c’è” viene illustrata da Sabina Addamiano l’iniziativa della Delegazione Umbria denominata “Torre di Babele”, finalizzata all’analisi di libri ritenuti interessanti per la formazione e i formatori. Il primo appuntamento è stato dedicato a Helgoland, libro denso e complesso di Carlo Rovelli.

È un approccio creativo alla Formazione Esperienziale quello descritto da Davide Susa in “PLAY for COUNSELING”. Playmobil Pro®, infatti, è un set di modellazione avente l’obiettivo di incrementare modalità e pensiero creativo per affrontare le problematiche e le situazioni organizzative.

Da questo numero troverete una nuova rubrica “Formazione-istruzioni per l’uso”.
Sarà destinata a coloro che si approcciano alla formazione e conterrà i basics della nostra professione.
La inauguriamo con Massimo Carraro che descrive le attenzioni da avere per “Formare le persone partendo da loro e non dai numeri”.

Infine, presentiamo due novità nel panorama AIF. Paolo Viel e Ugo Calvaruso ci introducono all’interno di “Formazione Formatori Digitale: in arrivo la terza edizione”. Dario Forti e Dario D’Incerti, invece, ci forniscono un’anteprima di “Form&Immagine: cinema, arti visive e digitalizzazione”.

 

Una riflessione sulle emozioni[1]

“Una caratteristica molto diffusa nel nostro tempo è quella di chi ha l’impressione che per esserci sia necessario apparire. E chi non ha nulla da mettere in mostra, non una merce, non un’abilità, non un’idea, non un messaggio, pur di apparire e uscire dall’anonimato mette in mostra la propria intimità, dove sono custoditi le nostre emozioni e i nostri sentimenti.

Allo scopo vengono impiegati i mezzi di comunicazione che, dalla televisione ai giornali a internet, rendono pubbliche intime confessioni, emozioni in diretta, storie d’amore, trivellazioni di vite private, sollecitando lo stesso individuo a consegnare la propria interiorità, secondo quei tracciati di spudoratezza che vengono acclamati come espressioni di sincerità, perché in fondo: “Non si ha nulla da nascondere, nulla di cui vergognarsi”.

Accade però che, una volta esposti, non abitiamo più noi stessi, e le nostre emozioni non si misurano più a partire dalle vicende della nostra anima, ma dal successo o dall’insuccesso della nostra immagine pubblicizzata. Non riconosciamo più il pudore come un sentimento che, oltre alla nostra intimità, difende anche la nostra libertà di aprirci o meno allo sguardo dell’altro, perché, nell’esposizione totale di noi stessi, il pudore, il ritegno, la riservatezza vengono letti come sintomi di timidezza, introversione, chiusura in se stessi, inibizione.

E così perdiamo quei vissuti emotivi che solitamente abitano il segreto della nostra interiorità, dove domina il raccoglimento e talvolta il silenzio, forse anche la solitudine, da cui si esce con parole d’amicizia, parole d’amore, parole umane nelle quali ci riconosciamo e grazie alle quali siamo riconosciuti.

Questi tracciati segreti dell’anima, in cui ognuno dovrebbe riconoscere le radici profonde di se stesso, una volta immessi senza pudore nel circuito della pubblicità non sono più solo “miei”, ma “proprietà comune”, proiettati su quello schermo dove ciascuno impara come si ama, come si odia, come si piange, come ci si consola. E se un tempo temevamo l’omologazione della società come effetto del “pensiero unico”, oggi siamo giunti all’omologazione delle emozioni e dei sentimenti grazie alla loro pubblicizzazione, portando a compimento il conformismo, che torna così utile al potere una volta che ha condizionato non solo il nostro modo di pensare, ma anche, e con risultati più efficaci, il nostro modo di sentire”.

In questa descrizione, vedo un grande investimento di responsabilità in coloro che lavorano con le persone e possono accompagnarle ad una presa di consapevolezza in questo senso, ritrovando legami con gli altri, con la propria storia ed i vissuti comuni. Il testo, infatti, prosegue dandoci indicazioni molto chiare in tal senso: 

“In uno scenario del genere, dove tutto è revocabile perché nessuna scelta sembra precluderne un’altra, dove anche le identità possono essere indossate e dismesse come un abito, nessuna identità esprime più il senso e la storia di una vita, perché senso e storia sono possibili solo là dove si avvia una catena di eventi che può anche risultare irrevocabile, e dove non si perde il riferimento a un mondo comune, che fa da argine alla nostra libertà dal momento che il suo esercizio ha delle inevitabili conseguenze anche su altri.”


[1] Tratto da: “Che tempesta. 50 emozioni raccontate ai ragazzi” – Umberto Galimberti e Anna Vivarelli – Feltrinelli 2021

 


Matteo Zocca

Coordinatore editoriale di Learning News. Formatore e consulente allo sviluppo individuale ed organizzativo. Si dedica allo studio e all’applicazione delle metodologie esperienziali, con una passione particolare per le nuove tecnologie.    

E-mail: aiflearningnews@gmail.com

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