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Imperium: un film utile alla comunicazione, la relazione e il conflitto

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Perchè è utile per l’apprendimento

“Comincia tutto dalle parole…”, recita la frase conclusiva del film. Le parole che ci diciamo, quelle che usiamo per rivolgerci agli altri e quelle che usiamo per descrivere le situazioni che viviamo. “Problem telling si potrebbe dire, ossia il modo di rappresentare una situazione che la qualifica e gli da, in qualche modo, un’etichetta.

Le parole per acquistare la fiducia del gruppo 

Le parole sono importanti (come diceva anche Nanni Moretti in un suo famoso film) e sono importanti anche le parole che usa il protagonista del film [1]Il film è una produzione Netflix ed è disponibile anche sulla piattaforma Amazon Prime Video, Nate Foster (interpretato da Daniel Radcliffe, qui in abiti ben diversi dalle magie di Hogwarts), agente del FBI infiltrato, per entrare nelle “grazie” di un gruppo di neonazisti. Per rendersi affidabile e credibile ai loro occhi e arrivare a scoprire chi sta organizzando un attentato terroristico. Semina, attraverso le parole, fino a quando -proprio nel momento in cui pensa di dover mollare perché non è arrivato a nessun risultato concreto- raccoglie inaspettatamente i frutti della sua attività, scoprendo chi c’è dietro all’attentato, in una scena che sa di colpo di scena.

Le parole come persuasione

E questo avviene anche grazie alle parole che da parte sua usa Angela Zamparo (interpretata da Toni Collette) che vede in Nate il talento per agire come agente infiltrato e cerca di spingerlo a farlo. Come strumento di persuasione usa il famoso libro di Dale Carnegie “Come trattare gli altri e farseli amici e ne estrapola alcuni passi. “Tu sai già come fare, conosci già molte cose… e lo dice mostrando il libro a Nate, quando questo è ancora piuttosto perplesso.

E poi, una volta incamerato il risultato (la disponibilità dell’agente), continua con i suggerimenti che offre il libro ricordandogli il principio numero 3 di Carnegie (Fai sorgere nellaltra persona un forte desiderio) per chiedergli, Cosa vogliono da te? Cosa hai tu di indispensabile che gli altri desiderano?. Il tutto, con l’obiettivo di farlo entrare meglio nella parte, per farsi accogliere con maggiore facilità. Per diventare, cioè, poco alla volta, uno di loro. La Zamparo resta sempre un punto di riferimento per Nate, l’unico che ha in questa attività estremamente pericolosa. E il consiglio che da a Nate di aprirsi con i neonazisti, farsi conoscere un po’ di più per superare ogni tipo di sospetto alla fine si rivelerà molto efficace e permetterà di sviluppare la relazione decisiva ai fini della prevenzione dell’attentato.

Le parole come strumento negativo 

Tuttavia, le parole sono anche il mezzo che usa Dallas Wolf, delirante predicatore che ogni sera, attraverso i suoi podcast, raccoglie circa 20.000 ascolti tra i suprematisti. Si erge a capo-popolo e partecipa con convinzione alle marce organizzate da questi e che invece, nel momento decisivo, si rivela essere solo un banale “intrattenitore”, un uomo di spettacolo che soffia sul fuoco del delirio delle argomentazioni neo-naziste per ottenere solo notorietà e visibilità e magari sponsorizzazioni al suo blog.

Le parole vanno sempre inserite in un contesto

E sempre a proposito di parole, mi ha colpito molto, durante il film, il fatto che negli ambienti suprematisti che stavano organizzando l’attentato terroristico si richiamino le celebri parole finali della poesia Invictus, del poeta inglese William Ernest Henley:

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima”.

Tuttavia, come ben sappiamo, questa è anche la poesia che è stata usata da Nelson Mandela durante gli anni della sua prigionia e per questo citata nel film di Clint Eastwood Invictus-LInvincibile.

E, non nascondendo una certa amarezza, devo constatare che qualcosa che mi fa pensare alle più alte vette dell’anima (appunto, la poesia di Henley), in realtà sia stata usata anche come “ispirazione” da parte di chi ha compiuto un gesto tanto basso e ignobile per l’umanità. Mi riferisco a Timothy McVeigh (responsabile dell’attentato di Oklahoma City del 1995 che ha portato alla morte di 168 persone) che ha pronunciato la parte finale della poesia come ultimo messaggio prima dell’esecuzione capitale.

Conclusione

Parole come strumento di persuasione, come elemento di costruzione delle relazioni, ma anche parole come armi, perchè la violenza, prima che fisica, ha contenuti verbali. E il messaggio finale del film, con il giovane Johnny che, in una scuola, racconta la sua storia di giovane inizialmente “abbagliato” dalle parole dei suprematisti e poi si ravvede perchè capisce che alla base della sua rabbia c’era solo vittimismo, che lo aveva allontanato dalla propria identità, beh  questo messaggio sta lì a ricordarci che possiamo davvero essere “il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo”, come recita una famosa citazione di Gandhi. A patto di raccontarcelo, e raccontarlo anche agli altri, attraverso le giuste parole…

Stefano Cera

Formatore, coach e speaker radiofonico. Appassionato di cinema, video e musica, porta questi argomenti in tutte le sue aule, in presenza e a distanza. Presidente della delegazione del Lazio di AIF.

E-mail: aiflazio.presidenza@gmail.com

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1 Il film è una produzione Netflix ed è disponibile anche sulla piattaforma Amazon Prime Video

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