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“Non sono complimenti”, linguaggio sessista e violenza di genere

Una giornata di formazione nel mondo dei giornalisti sulla responsabilità delle parole

Quali sono i rischi e le conseguenze di una cultura radicata in un maschilismo che “normalizza” la violenza sulle donne? E quale ruolo e responsabilità hanno i media nel perpetrarla attraverso le informazioni?
Se ne è discusso insieme ad alcuni professionisti del settore in un’aula di formazione per giornalisti partendo da una frase semplice ma significativa: “Non sono complimenti”.
Spesso il linguaggio sessista e la violenza di genere si nascondono sotto l’abito dell’apprezzamento, della cura e della protezione. In questi casi, quindi, è difficile da individuare, comprendere e distinguere.

Ad introdurre l’argomento in aula ci sono i giornalisti Nunzia Marciano, Claudio Silvestri, Luciana Esposito e Laura Viggiano. La formazione mira a far emergere la responsabilità verso le parole e l’utilizzo che di esse si fa. Già nel Manifesto di Venezia, battezzato nella città di Venezia nel 2017, dove sono contenute una serie di linee guida per raccontare il dramma della violenza sulle donne, si dispone l’obbligo di una formazione legata al linguaggio appropriato nei casi di violenza sui più deboli (donne e i minori).

È necessario, si legge nel Manifesto, adottare un comportamento professionale consapevole per evitare stereotipi di genere e assicurare massima attenzione alla terminologia, ai contenuti e alle immagini divulgate. Inoltre, altro punto interessante del testo, viene suggerito di ricorrere ad un linguaggio declinato al femminile per i ruoli professionali e le cariche istituzionali ricoperti da donne, al fine di riconoscerle nella loro dimensione professionale, sociale, culturale.

Rosa Piro, professoressa di linguistica dell’Orientale di Napoli, illumina la questione affermando che è fondamentale utilizzare nei giornali il termine “femminicidio” per i delitti compiuti sulle donne in quanto donne, evitando di minimizzare gli episodi di violenza, in modo da superare una descrizione miope della realtà che mira a “sottovalutare la violenza” che sia fisica, psicologica, economica, giuridica o culturale. Non esistono infatti violenze minori o maggiori in relazione a chi le subisce o le esercita, ma tutti i casi di violenza vanno trattati con un linguaggio appropriato che rispetti le persone violate. I casi più trascurati sono proprio quelli che riguardano le notizie su donne o in genere sulle componenti più indifese ed esposte della società come prostitute e transessuali.

Esiste quindi uno squilibrio informativo sulle donne violate: l’atto di cercare nella notizia di una violenza la motivazione o la ragione che l’avrebbe generata mette in moto un meccanismo di ri-vittimizzazione, con il risultato finale di giustificare chi ha esercitato violenza.
Spesso l’informazione con note sessiste, a volte già a partire dal titolo, è diffusa e trasmessa indifferentemente da parte di uomini e donne. Elemento, questo, che lascia intuire quanto sia difficile liberarsi di stereotipi che si riproducono negli articoli senza una vera consapevolezza. Non siamo così avanti come pensiamo in questo campo, anzi. Come rammenda la docente di diritto pubblico dell’Orientale, Emma Imparato, non sono passati nemmeno 30 anni da quando siamo stati in grado di normare il reato di stupro come un delitto contro la persona e non contro il “buon costume”.

In definitiva si può affermare che il linguaggio, a partire da quello utilizzato nelle fiabe fino ad arrivare a quello della scrittura giurisprudenziale e del diritto, è il mezzo più forte e diretto con cui si diffondono cultura e grado di civiltà. I giornalisti hanno la responsabilità di garantire un uso responsabile del lessico e di conoscerne le finalità. Proprio per questo una formazione deontologica attenta al linguaggio deve essere tra le priorità di questo ordine professionale.

La deontologia, intesa come il complesso delle norme di comportamento che disciplinano l’esercizio di una professione, è l’unico strumento che permette di dare orientamento all’intera categoria. Questo vale anche per alcune tematiche delicate, o sensibili. È diritto dei cittadini ricevere un’informazione aderente alla realtà, non distorta da pregiudizi e retaggi culturali.

Roberta Bruno

Giornalista professionista e Filosofa del pensiero morale e gnoseologico. Esperta in storytelling e strategie di comunicazione. Si occupa di etica, sostenibilità, innovazione e comunicazione nella formazione. Tutto con approccio critico e intraprendente spirito conoscitivo. Ha ideato e curato per Il Quotidiano del Sud le rubriche: Lontano da, in cui ha raccontato i territori attraverso il fenomeno dell’emigrazione meridionale e Techne – Progettare il futuro, sui temi della digitalizzazione e sul ruolo strategico della formazione.

E-mail: robi.bruno@live.com

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