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Video essay

 

 

Un nuovo modo di fare critica cinematografica e un esempio per la formazione

Il 21 settembre al Cinema Massima di Torino, la sala del Museo Nazionale del Cinema, ha ospitato una selezione di video essay vincitori del Video Essay Film Festival di Roma.
I “video essay” sono le “nuove forme di critica e riflessione sul cinema attraverso immagini, testo, montaggio e suoni”; in altre parole video che, in modi molto diversi, parlano di cinema attraverso audiovisivi creativi. Non “documentari” sul cinema, ma piuttosto creazioni video che approfondiscono aspetti della settima arte partendo dai film, sezionandone parti, riassemblandole, spiegandone aspetti ed evidenziando chiavi di lettura. Un nuovo modo di fare critica cinematografica, usando lo stesso materiale di cui si parla.

La serata è stata presentata da Mario Sesti, critico cinematografico e curatore del Festival insieme a Andrea Minuz, e da Riccardo Fassone, Professore Associato presso il dipartimento di studi umanistici dell’Università di Torino e studioso di cinema popolare e di genere e storia dei media digitali.

Il viaggio tra i video essay è stato molto interessante e stimolante per la varietà di temi e stili presentati.

Se “scrivere di musica è come danzare di architettura” un critico cinematografico ha comunque la possibilità di usare il linguaggio del cinema per parlare di cinema, ed un video saggio è proprio questo; e forse è un linguaggio più creativo di moltissimo cinema degli ultimi tempi. I vincitori di questo festival lo dimostrano, testimoniando una forte ricerca di identità, come affermato da Mario Sesti. Fassone ha sottolineato come le avanguardie abbiano praticato sistematicamente l’auto riflessione che è alla base di questo linguaggio critico, che riesce a dire cose che non potrebbero essere dette diversamente.

Ad esempio, The Eddy: Shooting Jazz in The Work of Damien Chazelle di Beatrice Ambrosio è un esempio di uso classico della filologia di un testo con una forma moderna per spiegare l’approccio al jazz dell’autore di Wiplash e La La Land (sulla cui visione del jazz si è molto discusso soprattutto da parte degli appassionati di quel genere di musica) ma anche di un lungometraggio di debutto (Guy and Madeline on a Park Bench del 2009) e di una miniserie Netflix (The Eddy) in cui il jazz è preso molto più sul serio e da vicino; il video saggio mostra analogie e differenze soprattutto nello stile di ripresa e montaggio.

Anche Scorses’s Voice Over di Lorenzo Mandrile, tra i premiati, rappresenta in qualche modo la “tradizione” del video essay, presentando il modo in cui il grande regista italoamericano utilizza la voce fuori campo nei suoi film, facendone un tratto distintivo, quasi quanto i piano sequenza e le lunghe carrellate. Il video saggio è disponibile su YouTube.

 

Gli altri premiati sono più “creativi” nella forma o nel contenuto; ad esempio Riding Horses, Riding Bicycles. Horses, Bicycles and Shifting Heroes di Edoardo Spallazzi e Federica Di Giampaolo costruisce un inaspettato parallelismo tra due miti del cinema americano: il cavallo e la bicicletta, come ben evidenziato dalla motivazione: “Per l’originale e rivelatrice analogia tra la centralità della presenza dei cavalli nel genere principe del cinema americano classico (il western) e la sua sostituzione simbolica con la bicicletta nel passaggio all’egemonia dei teenager nell’universo del cinema contemporaneo: si trasformano gli eroi ma anche il pubblico non rimane mai fermo.”

Per i valori formali è stato invece premiato The body of the actor: A tool for spatialization in Paolo Sorrentino’s Movies  di Lucrezia Gandolfo che in modo quasi didascalico ma didatticamente efficace ed originale “rende trasparente il gioco intenso di relazioni tra forma dell’inquadratura, corpo dell’attore e messa in scena: il corpo dell’attore rende eloquente simmetrie e struttura dell’idea di spazio che, il corpo meccanico e invisibile della camera, trasforma nella figura di una immagine”, sempre secondo la motivazione del premio.

 

Video essay e formazione

A questo punto mi viene da aggiungere un punto di vista, che è poi la motivazione per cui questo articolo è accolto in una rivista per i formatori. Traspare in tutti i video presentati un obiettivo didattico, per quanto soffuso e indiretto; certo un discorso del genere potrebbe essere fatto per qualsiasi articolo di critica, non solo cinematografica, ma in questo caso ci sono almeno un paio di spunti particolari.

Un primo riferimento alla formazione può essere fatto ripensando ai “blob”, apprezzatissimi esempi di uso del cinema per la formazione di cui Dario D’Incerti è maestro riconosciuto. Se c’è una differenza tra il blob ed il video essay è, innanzitutto, nel fatto che il blob usa il cinema per raccontare e creare suggestioni, il video saggio racconta il cinema  e, semmai, spiega come le suggestioni funzionano e vengono provocate. Anche lo stile può essere differente: il blob rimonta e rimescola senza commenti e spiegazioni: non è pensabile un blob con un voice over, sarebbe come raccontare una vignetta; molto spesso i video essay utilizzano il voice over come elemento essenziale. Eppure entrambi sono lavori di rielaborazione di immagini cinematografiche, entrambi hanno uno scopo in qualche modo didattico, esplicativo. Da direzioni diverse, se non opposte, l’immagine cinematografica viene tirata, ricomposta per estrarre valore formativo o quanto meno esplicativo.

C’è poi il senso della sintesi, del tempo breve in cui si concentra il raggiungimento di obiettivi solitamente non semplici, che puntano all’analisi critica con un percorso emotivo.

Ma a parte queste suggestioni, quel che mi sembra un tema su cui ragionare da formatore è che il lavoro sulle immagini possa essere visto come una palestra, come un territorio di ricerca da esplorare, un’aula in cui spiegare immagini che vengono offerte ai partecipanti. Il video essay è una forma di uso del cinema che elabora, analizza e sintetizza sé stesso in un processo che è formativo e comunque analogo a quello della formazione. Il video saggio può essere di stimolo per il formatore che impara a elaborare immagini nate da altri e con altri scopi.

Assistendo ai video essay nella sala cinematografica e ripensando ai discorsi dei conduttori e ai contenuti e alla forma di alcuni dei video riguardo al voice over mi veniva proprio da pensare ad un formatore asincrono che parlava su un montaggio video di sequenze cinematografiche; l’ho percepito come un segnale di vicinanza, di comunanza d’intenti e quindi, perché no, di linguaggi.

Per approfondire

Qualche anno fa la rivista Filmidee aveva promosso una interessante iniziativa per videosaggi sul cinema italiano, visibili su Vimeo

 

Anche Ca’Foscari ha lavorato su i video essay con il progetto Quarta Parete: Atelier video essay.

Per restare legati al tema dell’apprendimento legato ai video saggi, i siti Learning on screen (con una vera e propria guida introduttiva ai video essay) e Learning is change (con un’ottima selezione dei migliori esempi di tutti i tempi, almeno secondo l’autore).

 

Tra le piattaforme di Video on Demand, si contraddistinguono Mubi e Vimeo,  che hanno aree destinate ai video saggi ma ci sono canali interessanti anche su YouTube .

 

 

 

 

Vittorio Canavese

Digital Educator e Instructional Designer per il CSI Piemonte. Partecipa a progetti internazionali come esperto di formazione e cura attività formative per varie piattaforme destinate alla P.A. e alla cittadinanza. Ex Consigliere nazionale e della Delegazione Piemonte, membro del Comitato Scientifico del Premio Filippo Basile, ha fatto parte del comitato organizzatore del ForFilmFest 

E-mail: vcanavese@gmail.com

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