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Tempi e temi del cinema documentario. Un linguaggio per la formazione

 

 

 

 

Nel numero di marzo 2022, Dario D’incerti si sofferma su cinema, spazio fisico e apprendimento, arrivando ad affermare che “il cinema “è” uno spazio di apprendimento”.
Apprezzo e concordo pienamente con le osservazioni che l’autore fa a partire dal cinema narrativo, “lasciando quindi da parte il campo sconfinato del cinema cosiddetto documentario” e vorrei partire proprio da questo punto, provando ad esplorarlo un po’.
E se abbiamo ragionato sul cinema di finzione e lo spazio, vorrei provare a ragionare del cinema del reale e la sua visione del tempo, che mi sembra distintivo di questo tipo di cinema. Mi sembra opportuno cominciare con un inciso che riguarda cosa intendo per cinema documentario o cinema del reale o documentario di creazione o d’autore, che è cosa diversa dal documentario naturalistico o scientifico o di viaggio (tipo quelli dei canali Disney o National Geographic o anche di Quark di Piero Angela e simili), prodotti spesso  di qualità ma di taglio più giornalistico e divulgativo, che non hanno un taglio “autoriale” e “letterario”. Il documentario di creazione è quello che propone il punto di vista dell’autore su una realtà, che spesso cerca di capire e scoprire piuttosto che fare la cronaca o ricostruire scenari naturali o storici.
Nei dibattiti con il regista che seguono la proiezione di un documentario di creazione, una delle domande più frequenti è: “quanto hai girato per montare il tuo film di 50/90 minuti”? E solitamente la risposta parte dalle molte decine di ore per arrivare alle svariate centinaia. Per non parlare delle ore di materiali di archivio esaminati e magari scoperti con lunghe sessioni di visioni nelle cineteche per i lavori basati sul repertorio.
Il documentario è molte volte sintesi temporale, quello che si occupa di formazione in particolare; penso ad esempio a molti lavori di Nicolas Philibert, grande documentarista francese, autore, tra l’altro, di “In ogni istante” ((“In ogni istante” di Nicolas Philibert, Francia, 2018 è visibile sulla piattaforma MyMovies in versione originale sottotitolata in italiano (https://www.mymovies.it/ondemand/wantedzone/movie/5508-in-ogni-istante/) )) in cui racconta la formazione di aspiranti infermiere e infermieri in tre momenti: la preparazione teorica e simulata, le prime esperienze a contatto con pazienti e il confronto finale con il proprio mentore. Il film è antecedente alla pandemia e viene davvero da chiedersi dove siano e come stiano ora quelle ragazze e quei ragazzi. Non mancano le scene con effetti comici, come quando la minuta apprendista praticamente affonda nella molto in carne collega che deve imparare a sollevare dalla sedia; ma si sorride con solidarietà e tenerezza quando la bambina, tenuta in braccio dalla madre, guarda in macchina con aria tra il perplesso e lo spaventato, quasi sul punto di piangere mentre l’infermiera le taglia il gesso al braccio sotto le istruzioni dell’infermiera esperta. Vidi il film al festival di Locarno, alla presenza del regista a cui venne chiesto come avesse fatto a rendersi così “invisibile”: la risposta fu quasi piccata, nessun nascondimento, anzi, patti chiari e troupe minima ma ben visibile e, a suo modo, partecipante anche se solo come testimone filmante della situazione. Questo fa scrivere a Giancarlo Zappoli “Per chi non conosce il cinema di Philibert è necessaria una premessa. Ogni suo documentario è frutto di un lungo lavoro di osservazione e di inserimento nelle realtà la cui vita andrà a sintetizzare nella durata della proiezione. Le riprese del montaggio definitivo hanno pertanto la ‘verità’ di una telecamera ormai non più percepita come tale dai soggetti ripresi ma come parte ‘naturale’ del contesto. Ecco quindi scorrere davanti ai nostri occhi un processo di conoscenza che coincide con un’acquisizione di consapevolezza e maturità che non sono solo tecniche ma profondamente umane.” Ecco cosa si può intendere per documentario di creazione o d’autore.

Ma torniamo al tempo, che è trattato nello stesso modo in almeno altri due lavori di Philibert: “Il paese dei sordi”, in cui viene raccontato un anno di vita di allievi di ogni età, genitori e insegnanti di un istituto parigino per sordi e “Essere e avere” ((Disponibile in streaming su Chili)), un anno di una piccola scuola multietà della profonda Francia provinciale; entrambi i film mostrano comunità educative all’opera, dando spazio agli insegnanti, agli allievi e alle famiglie con attenzione agli aspetti sociali e affettivi e, anche in questo caso, con scorci umoristici e teneri. Ma sempre a proposito del tempo e di Nicolas Philibert, per il quale immagino si sia capita la mia passione, un caso emblematico è “La maison de la radio” ((Disponibile in streaming su Chili.)), il documentario che avrei voluto fare io, magari in versione italiana: una giornata intera e ideale nella programmazione della radio di stato francese, dall’alba a quella successiva. Raccolta di momenti utilissimi in aula rispetto ad una gran varietà di temi, con tutti i loro stimoli rapidi e suggestivi, che rendono l’idea sia del lavoro di organizzazione che sta dietro una produzione radiofonica, sia contezza dell’effetto di coinvolgimento comunitario che la radio riesce a creare con tanti tipi di pubblico diversi. Questo tipo di documentario mi fa pensare alle opere di un altro grande cineasta, Frederick Wiseman ((Leone d’oro alla carriera del …”National Gallery” , “Ex Libris: The New York Public Library” su Muby e Amazon Prime)), ormai ultranovantenne, che con film lunghi anche più di 4 ore riesce a non annoiare affatto, descrivendo ambienti di lavoro come biblioteche, strutture comunali, musei e, a partire dagli anni 70, ospedali o tribunali, con frammenti di lavoro quotidiano, riunioni, presentazioni, lezioni o visite guidate che fanno entrare lo spettatore non solo nella quotidianità, ma anche nelle ragioni delle istituzioni e delle organizzazioni, oltre che nelle loro mission, vissute e portate avanti dai loro componenti.

L’altra domanda che viene spesso fatta ai registi è “quanto tempo ci hai messo, quanto sei stato sul luogo, quanto tempo hai vissuto in quella comunità o con quella persona?”. Capita al pubblico meno attento  di confondere il documentario con il reportage giornalistico; il più delle volte la differenza è proprio nei tempi, in particolare in quelli di realizzazione: il giornalista si prepara (magari poco se prevale l’urgenza) e va a fare il reportage. Filma, torna a casa e monta il reportage; il documentarista si prepara a lungo ((Anche se si trovano eccellenti lavori fatti su commissione(“La bocca del lupo” di Pietro Marcello) o per colpi di fulmine o per esigenze/necessità personali (“Un’ora sola ti vorrei” di Alina Marazzi, disponibile su Amazon Prime) )) e va a vivere nella realtà che vuole descrivere, ci resta parecchio tempo, va alla scoperta e, non di rado, cambia opinione o prende strade non preventivate. Non per nulla esistono il “documentario antropologico” e il “documentario etnografico”: in fondo l’osservazione partecipante della metodologia degli studi sociali è sostanzialmente la stessa cosa della realizzazione di un documentario, il linguaggio cinematografico diventa uno dei possibili linguaggi di documentazione e racconto.

Il cinema documentario come strumento e come metodo, osservare per raccontare; in qualche caso c’è anche l’obiettivo di cambiare la realtà di cui si parla, se non direttamente almeno condividendo punti di vista  e facendo discutere del tema, offrendo testimonianze dirette (come per i molti documentari da zone di guerra più o meno latente) o come denuncia di situazioni difficili. In questi casi si può fare riferimento al tempo e al linguaggio adottato.
Penso a film come Flee di Jonas Poher Rasmussen, candidato all’Oscar 2022 in tre categorie: Miglior film straniero, Miglior documentario e Miglior film d’animazione. Il film racconta l’esperienza di un profugo afgano, che riesce a raggiungere la Danimarca dove riesce a costruirsi una vita e a vivere la propria omosessualità senza pericoli; per rispettare la privacy e per ricostruire un passato che non ha immagini, la scelta è stata di realizzare il film in animazione, con poche scene dal vero. Il cinema del reale che utilizza il linguaggio dell’invenzione più piena: non è una novità, anche se in questo caso l’immagine disegnata riguarda tutta la durata del film. Ad esempio ne “La strada dei Sourimi” di Stefano Savona, l’animazione consente di ricostruire l’attacco di una casa palestinese ad opera dell’esercito israeliano durante la “pioggia di piombo” e la vita precedente di quella famiglia; il racconto è coerente, completo, supportato da immagini a loro modo “suggestive”, l’immedesimazione è massima, lo spettatore può vedere quel che è stato visto dal protagonista, ciò che ricorda, ciò che prova e ha provato.
La massima espressione di questo tipo di cinema è “L’immagine mancante” di Riti Pahn: la vita della Cambogia da poco prima del genocidio da parte dei Khmer rossi, senza tracce mediatiche ricostruite dal regista con plastici e statuine, alla vita atroce dei campi di rieducazione e le immagini di regime; immagini mancanti, appunto, se non nella memoria e con la necessità di ricostruirle, di restituirle, in qualche modo, al mondo, una volta finito l’incubo e prima che se ne perdano le tracce insieme a che le ha ancora impresse nella mente ((A partire da Flee, con tanto di intervista all’autore, e con una panoramica dei documentari che usano l’animazione, si vedano gli articoli su FilmTV numero 12 del 2022; molti dei film citati sono disponibili su VOD e in dvd)).

Questa possibilità di gestire il tempo con la massima libertà viene applicata anche ad ambienti di lavoro per raccontarli nel loro divenire (di nuovo c’è da fare riferimento all’opera di Frederick Wiseman, ma gli esempi sono numerosissimi). Sarà il periodo, ma uno degli esempi più interessanti è Wonderful Losers di Arunas Matelis (2017, Lituania) che racconta allenamenti, corse, incidenti e recuperi e le scarse vittorie dei gregari del ciclismo professionista, atleti che si sacrificano in nome della squadra e del capitano; in questo caso al centro del racconto c’è una edizione del Giro d’Italia, ma il regista ha seguito tre edizioni: una per capire e individuare la storia, una di riprese (impressionanti, tra le altre, quelle fatte seguendo uno dei medici di corsa) e una terza per ulteriori immagini per completare il racconto. Racconto che coglie soprattutto i sacrifici, l’umiltà e l’orgoglio, le soddisfazioni passando per le proprie strade e quelle, rare, in cui la fuga termina con la vittoria, magari l’unica in carriera ma che ripaga di anni e anni di duro lavoro, appunto, da gregario. Qui il lavoro non è solo descritto direttamente, ma ha un valore metaforico evidente, lezioni di vita oltre che di professionalità.

Sempre facendo riferimento al lavoro, gli esempi sono tali e tanti che esistono festival specializzati come il Working Title di Vicenza e Job Film Days a Torino, ma tanti festival di documentario più o meno generalisti offrono numerosi spunti come il Festival dei Popoli di Firenze o il Biografilm di Bologna o anche le sezioni dedicate ai documentari dei festival maggiori come Venezia, Torino e Roma.
I festival sono l’occasione migliore per approcciare e conoscere il cinema documentario, dando l’occasione di confrontarsi e interrogare i registi.

Per terminare il discorso sulle occasioni di visione di documentari, ho fatto una bella esperienza rispetto alla multiculturalità per la formazione: essendo impegnato in diversi progetti con l’Europa dell’est ho scoperto (e frequentato online, grazie alla pandemia e a MyMovies) il Trieste Film Festival, che si occupa del cinema che arriva da quella parte del mondo, molto interessante, vivace e utile per capire culture vicine fisicamente ma tutto sommato trascurate.

Concludendo, se pensiamo all’uso del “cinema” per la formazione, soprattutto come strumento che ci permette sintesi, di avere “esempi” da cui spingere alla discussione e all’analisi, il cinema documentario offre spunti molto interessanti e vari, coinvolgenti emotivamente. Il processo di realizzazione di un documentario, pur nell’infinità varietà di possibilità, offre spunti al formatore, proprio perché in entrambi i casi viene chiesta una capacità di sintesi, di “montaggio” da supportare con la capacità di ascolto, di progettazione in corsa.
In uno dei migliori “manuali” sul cinema documentario, gli autori descrivono le qualità del documentarista in questi termini ((Mario Balsamo e Gianfranco Pannone, L’officina del reale – Fare un documentario: dalla progettazione al film, Centro di Documentazione Giornalistica, 2009. Il libro segue un corso di regia e produzione documentaristica ed è, quindi, anche un esempio di formazione applicata e suggerisce al formatore le analogie tra strumenti e metodi del cinema documentario e della formazione degli adulti. Di Gianfranco Pannone è uscito recentemente “E’ reale? Guida empatica del cinedocumentarista”, edito da Artdigiland che si rivolge agli spettatori per costruire una consapevolezza condivisa di cosa sia la realtà rappresentata per immagini cinematografiche)):

In fondo si potrebbe cambiare “documentarista” con “formatore” e funzionerebbe ugualmente…

 

 

Vittorio Canavese

Digital Educator e Instructional Designer per il CSI Piemonte. Partecipa a progetti internazionali come esperto di formazione e cura attività formative per varie piattaforme destinate alla P.A. e alla cittadinanza. Ex Consigliere nazionale e della Delegazione Piemonte, membro del Comitato Scientifico del Premio Filippo Basile, ha fatto parte del comitato organizzatore del ForFilmFest 

E-mail: vcanavese@gmail.com

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